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Sono
partito per l’isola di Sal, nell’arcipelago di Capoverde, l’8
febbraio
da Bologna. Il volo è stato tranquillo salvo una moderata perturbazione in
prossimità delle isole, a causa degli alisei che in questo periodo spirano con
violenza. Siamo atterrati a Sal verso le 21 (23 ora italiana) e il tassista di
colore, Armando, ci ha condotto con un pullmino traballante in albergo, l’hotel
da Luz, nel villaggio S. Maria, sul mare, a circa 20 Km da Espargos, il
capoluogo. Con Armando intento ad ascoltare alla radio musica portoghese, ho
scambiato le prime parole e gli ho chiesto se chi stava cantando fosse la famosa
Cesaria Evora. Mi ha sorriso con benevolo compatimento quasi per
Dopo
una notte tranquilla, scossa solo dal sibilo degli alisei, il giorno successivo,
9 FEBBRAIO, ho incontrato di mattina la tour operator e qui
prima contrarietà: io avrei voluto fare base a Sal, da questa portarmi di volta
in volta sulle altre isole, e rientrare. La cosa non è possibile. Non esiste in
pratica una l Va bene, mi son detto, vedremo di fare di ogni vizio virtù e ho deciso allora di visitare il piccolo villaggio di S. Maria. Altra sorpresa! Nel piccolo centro un frotta di “vù cumprà” locali e senegalesi ti lascia senza respiro; in ogni negozio, ma si tratta per lo più di scantinati o giroscale arredati con il campionario più variopinto di mercanzia, bisogna contrattare sino allo spasimo! La cosa, per quanto pittoresca, alla fine, per chi, come me, non è più abituato a queste trattative, risulta snervante, e a volte anche irritante quando ti accorgi che un altro, più abile di te nel “tirare”, l’ha spuntata, per lo stesso oggetto, ad un prezzo inferiore rispetto a quanto hai pagato tu! Va bene, mi son detto ancora, è lo scotto che noi “occidentali” paghiamo alla civiltà del benessere, del consumo. In fondo, ho pensato, in Sicilia dove sono vissuto per tanti anni, succedeva nei negozi la stessa cosa, anche se con meno folklore! Devo poi aggiungere che qui l’insistenza dei “vu cumpra” non diventa mai aggressività di fronte al diniego del possibile cliente. Bisogna, inoltre, come mi spiegava Gianfranco, di cui parlerò più avanti, distinguere tra senegalesi e capoverdiani, fra i quali sembra non vi sia gran feeling; più spavaldi e “caciaroni” i primi, più riservati e introversi i secondi. Superata comunque, non senza qualche acquisto obbligato di souvenir risultato alla fine gradito al “beneficiario”, la barriera degli ambulanti, mi sono diretto verso la zona est del villaggio (la ovest è la zona “in”, dove sorgono i grandi alberghi e qualche locale tipico) che si stende a ridosso della bellissima spiaggia. Ennesima delusione! L’area è in pratica un enorme cantiere edilizio in pieno fermento, in mano a italiani (soprattutto), tedeschi, svizzeri, spagnoli, etc. che stanno facendo scempio di uno dei litorali più belli del mondo. In questo si avvalgono di manodopera proveniente dalle altre isole (quelli di Sal pare che si rifiutino di lavorare e perciò vengono considerati degli sfaticati…dai titolari delle imprese…naturalmente!!! ) per costruire in maniera, non voglio usare il termine “selvaggia”, ma sicuramente dissennata, avulsa da ogni criterio urbanistico. Fra qualche anno avremo cementificato anche questo paesaggio naturale con buona pace degli ecologisti! Speriamo che nel frattempo le autorità locali, che pure godono fama di incorruttibilità, prendano consapevolezza del problema non cedendo alle lusinghe del benessere e della ricchezza che potranno portare i negozi , i supermarket, le boutique, le sfilate di moda, i vip, etc. , che arriveranno a scempio ultimato! Affacciandosi al balcone della mia camera d’albergo, è possibile osservare, di mattino e di sera, l’arrivo e la partenza di grossi camion, carichi di “carne da lavoro” che si riversa sui cantieri e che mi ricorda certe scene di “caporalato” magistralmente riprese nei film del neorealismo di Vittorio de Sica e Roberto Rossellini. Chiudo il diario di questa giornata con una amenità. In hotel ho incontrato due turisti italiani di ritorno da una escursione nella vicina isola di Boavista dove mi hanno raccontato di avere captato una certa forma di razzismo (proprio così!) degli abitanti del posto nei loro confronti! 10 FEBBRAIO:
oggi è stato particolarmente importante per me. Ho partecipato ad una escursione
sull’isola assieme a due signore bolognesi, Franca e Maria Grazia, ed alla guida
locale, anita, una ragazza di colore di circa 30 anni. Ho avuto modo di ammirare
le piscine naturali di Buracona dove l’oceano, penetrando in un
anfratto, va a riempire delle vasche naturali, il deserto di Sal con il miraggio
dell’acqua, le saline di Pedra de Lume, un tempo sfruttate dai portoghesi della
cui presenza rimane traccia nella imponente teleferica in disuso e nei grossi
cargo pieni di ruggine, che giacciono nei pressi della spiaggia. Oggi Pedra de Lume
è solo meta di turisti che vengono a bagnarsi nelle vasche di
desalinizzazione e dove qualche irriducibile superstizioso sostiene esista
l’elisir di eterna giovinezza (finora però mai testato). Infine anita ci ha
condotto al pittoresco mercatino artigianale di Espargos dove policromatici oggetti, di uso comune o simbolici Ma ciò che oggi mi ha più coinvolto è stato il racconto di anita, la nostra guida di colore, una ragazza orgogliosa, intelligente e incline al dialogo. Sollecitata dalla nostra curiosità, ci ha parlato di sè, della sua famiglia. Ultima di quattro figlie avute da donne diverse (in certi retaggi l’uomo la fa ancora da padre padrone), è cresciuta con il genitore verso il quale nutre grande rispetto ma del quale, sin da bambina, ha rifiutato l’autoritarismo, subendone le conseguenze a suon di ceffoni. Ciononostante anita ha caparbiamente conquistato la sua indipendenza, uscendo dal ghetto della manovalanza ed affermando un prototipo femminile qui ancora poco noto. La madre, ci dice, una bellissima capoverdiana, fu spedita dal marito in Italia a “cercare fortuna” per elevare con qualche umile lavoro le condizioni economiche della famiglia. Che lavoro avesse svolto la madre di anita non si sa, ma è facile immaginare. Sta di fatto che, ritornata in patria, manifestò l’intenzione di rimanere ma fu rispedita dal marito, uomo molto ambizioso (parole della figlia), in Italia, dove stavolta nacque “una storia” con un italiano. Rientrata a Sal, venne tradita da un’amica (tutto il mondo è paese!) che riferì tutta la vicenda al marito il quale la ripudiò con infamia. Adesso vive in Italia con l’uomo che conobbe, da dove invia di tanto in tanto qualche pensierino alla figlia che della madre conserva un ricordo dolcissimo e alla quale sognerebbe un giorno di avvicinarsi. Attualmente anita ha un amore contrastato con un nigeriano; lui è un tipo all’antica, lei esuberante e “capatosta”…Se son rose fioriranno! Abbiamo poi parlato con anita della situazione delle altre isole e ci ha confermato quanto temevamo. Altrove, dove manca l’aeroporto internazionale (ma esistono forti pressioni perché venga costruito su altre tre isole), la popolazione conserva ancora una sua spontaneità legata alle tradizioni e al rispetto della natura, considerata una linfa alla quale attingere ma da non prosciugare. E allora mi nasce un sospetto: che le carenza e le difficoltà negli spostamenti esterni non siano altro, a livello più o meno inconscio, che una forma di autodifesa di fronte all’avanzata dei nuovi conquistadores. 11 FEBBRAIO: In albergo ho conosciuto due graziose e simpatiche ragazze bolognesi, Paola e Lorenza, giunte con me a Sal, con le quali di tanto in tanto scambio qualche impressione. Loro, data anche la giovane età, cercano,com’è naturale, anche qualche “giovane “ svago, tipo discoteca, pub, che le distolga almeno per un breve periodo da un anno di stressante lavoro . Hanno fatto amicizia con vari giovani del posto che si sono incaricati di farle da guardia del corpo per “proteggerle” dall’assalto dei vu cumprà. Una mattina Lorenza era particolarmente turbata: la notte precedente Lindo il giovanissimo (21 anni) portiere di colore dell’albergo, nonché “guardia del corpo”, le aveva telefonato in camera “dichiarando il suo amore” e dicendo che la forte simpatia che lei nutriva nei suoi confronti era pienamente ricambiata. Pur lusingata, Lorenza si sentiva un pò in colpa per avere generato in Lindo certe convinzioni col suo comportamento amichevole e confidenziale. Le ho chiesto se lo stesso comportamento avrebbe tenuto con un ragazzo italiano…forse no ; e allora perché ritenere che Lindo non potesse fraintendere? Tuttavia, niente di grave! Chiodo scaccia chiodo, e Lindo sicuramente si consolerà col prossimo avvento di turiste che settimanalmente ricambiano gli ospiti dell’albergo. Però, al di là di tutto, dei sentimenti fraintesi, è bello vedere, anche nel rammarico di Lorenza, come nel giro di una settimana possa nascere un sentimento fra due persone di diverso colore, di paesi diversi, che solo alcuni giorni fa non si conoscevano e che forse mai più si rivedranno. Oggi ho comunque avuto anch’io la mia giornata da “vip”, ho conosciuto anch’io la mia piccola “Parigi-Dakar”. Ho infatti partecipato, in sella da una “quaid” (credo si scriva così), una moto con quattro ruote motrici, munito di giubbetto impermeabile anti-polvere e caschetto blu, alla traversata – si fa per dire- del piccolo deserto a sud-ovest di Sal. L’escursione, guidata da un ragazzo italiano che qui vive e noleggia questi mezzi, è stata abbastanza divertente: abbiamo attraversato le dune ricoprendoci di sabbia, ci siamo fermati alla piccola oasi, sostando sotto le palme che a margine del deserto e col sole del tramonto disegnano uno scenario “caldo”, tipicamente africano. Rientrando “alla base” abbiamo costeggiato l’oceano che, distante dai villaggi turistici, acquista un fascino, una dimensione, un senso di arcano e persino un colore (più blu, più profondo) unici. Ho avuto modo di vedere la carcassa di una grossa tartaruga marina. anche se più tardi, sentendo i reduci di altre spedizioni nel “deserto” emozionati dalla scoperta dei resti dell’animale, m’è venuto il dubbio che fosse stata sistemata lì, ”ad arte”! Rientrato in albergo, mi sono fermato a scambiare due chiacchere col sig. Gianfranco che in questo hotel è un’istituzione. Gianfranco è un signore italiano avanti negli anni, portati comunque magnificamente, che alloggia al Luz da circa dieci anni. Di una vivacità culturale e intellettuale non comune, dai modi raffinati ma mai affettati, mi ha subito colpito col suo portamento “naturalmente” aristocratico. Dopo i primi consueti “buongiorno” “buonasera” abbiamo intrattenuto qualche conversazione. ”Non amo la neve, il freddo, e il verde, né le mezze misure” ha tenuto subito a precisare. Mi ha spiegato la situazione economica dell’isola, fondata principalmente sul turismo e la pesca. La popolazione, che solo da circa trent’anni ha acquistato la piena indipendenza dal Potogallo, ha dovuto in questo lasso di tempo, con l’arrivo degli europei e delle nuove imprese, compiere un balzo di cento anni. E' infatti passata bruscamente da uno stadio preindustriale a una industrializzazione imposta dall’esterno, che, limitandosi ad un utilizzo di mano d’opera senza specializzazione, non aiuta a creare in loco professionalità e infrastrutture. La rete viaria interna è carente, gli ospedali versano in condizioni precarie sia per struttura che per specializzazioni, servizi e tecnologia. E si capisce allora perchè il capoverdiano di Sal abbia, presso gli europei, la nomea di essere supponente, neghittoso, a volte insolente ; si tratta certamente di una forma comprensibile di reazione di fronte alla saccenza e alle pretese dei moderni colonizzatori. D’altronde, in carenza di risorse naturali a parte la pesca, i giovani governi capoverdiani non hanno probabilmente ancora acquisito una esperienza sufficiente per fronteggiare adeguatamente questa situazione di arrembaggio, tesi soprattutto ad assicurare, in prospettiva, un certo benessere economico agli abitanti. Peraltro il tasso di scolarizzazione è elevato e sono previste borse di studio a chi dopo le superiori intende conseguire una laurea all’estero, poichè in loco non esistono istituti universitari o di alta specializzazione. E invece proprio in questi settori il governo dovrebbe, a mio avviso, puntare maggiormente e investire, per offrire la possibilità ai capoverdiani di acquisire in breve una loro autonomia tecnico-professionale, in modo da affrontare alla pari la concorrenza straniera. L’unico grande imprenditore capoverdiano, mi dice Gianfranco, è l’ing. Fonseca il quale ha tra l’altro edificato il complesso di Murdeira, a circa 10 Km. da Santa Maria, che, grazie al mio mentore, ho avuto modo di visitare. Il complesso risponde effettivamente ai moderni canoni di efficienza delle costruzioni, sia dal punto di vista edilizio che da quello urbanistico, e nulla ha da spartire con i conglomerati che sorgono nel resto dell’isola. Altro grande costruttore, parole di Gianfranco, è l’italiano, veneto se non ricordo male, Stefanino, che ha qui realizzato il Djadsal Holiday Club, uno dei maggiori alberghi del posto, forse il più grande, dotato di ogni confort. Stefanino ha già acquistato altre aree sull’isola che verranno destinate alla ricettività alberghiera e residenziale. 13 FEBBRAIO: Le persone, che erano arrivate con me la domenica precedente e con cui avevo allacciato un qualche rapporto di conoscenza, sono quasi tutte ripartite. Come sempre accade in queste occasioni ci siamo salutati col proposito di risentirci, già sapendo che difficilmente ciò avverrà. Per avvalorare questo proposito ho scattato loro delle foto, così da assumermi un impegno per recapitarle. Ho deciso poi di fare il normale turista da spiaggia, di prendere il sole, raccogliendo magari qualche conchiglia come souvenir. Così ho fatto. Ho camminato a lungo nei pressi della bellissima spiaggia a parte qualche rifiuto laciato da qualche turista di passaggio, e, ad un tratto, mi sono imbattuto in una montagnola di grosse conchiglie, di quelle che in Italia troviamo nei negozi o nelle bancarelle, come souvenir o posacenere. Stavo per prenderne, quando m’è venuto il dubbio che non fossero lì per caso, ma qualcuno ve le avesse riposto con un scopo preciso. Ed infatti, alzando gli occhi, ho notato a distanza una tenda e, nei pressi, due uomini di colore intenti a ripulire, una ad una, con certosina pazienza, le migliaia gusci dalle incrostazioni di sale e sabbia, servendosi allo scopo soltanto di un coltello non affilato, di acqua e di una spazzola. Alla fine dell’opera le conchiglie avevano riacquistato i colori e la brillantezza originali ed erano quindi pronte per essere immesse sul mercato. Avvicinatomi ai due (due fratelli) ho chiesto se non fossero stufi di stare sotto il sole a grattare quegli involucri. Mi hanno fatto capire che quello era il loro mestiere e allora mi sono reso conto della banalità della domanda. Comunque, dato che mi trovavo nella “Sede della ditta”, ho deciso di acquistare qualche conchiglia. Dopo l’inevitabile trattativa, ne ho comprato cinque, grezze, di cui i fratelli mi hanno illustrato il procedimento per riportarle all’antico splendore ( in effetti, ritornato in albergo e applicato il sistema ad una di esse, i risultati sono comparsi!). Prima di accomiatarmi ho chiesto ai due se fossero senegalesi o capoverdiani: “do Caboverde!” mi hanno risposto con orgoglio. Terminata la passeggiata sono tornato al villaggio non senza essermi fermato in uno dei tanti locali sul mare, il “Bedje”, a salutare Cecilia che qui lavora come barista. Cecilia è una giovanissima capoverdiana d.o.c. dalla bellezza aggressiva e dal sorriso aperto. Le ho chiesto di poterle scattare qualche istantanea: in fondo- ho aggiunto- non aveva nulla da invidiare a Naomi Campbell (anche se il complimento vistoso fa torto a Cecilia!). L’unica differenza sta nel fatto che Naomi ha avuto la fortuna (non si sa a che prezzo) di finire in copertina. Cecilia ha sorriso, non so se apprezzando il complimento o l’augurio. Mi ha servito quindi una bevanda alcolica, la “caipirinha”, fatta con fettine di limea, zucchero, ghiaccio tritato, il tutto innaffiato col “grogo”, la forte acquavite locale estratta dalla canna da zucchero. In albergo ho trovato una piacevole sorpresa. Josè Luz, il titolare, aveva organizzato un buffet con orchestrina. Allo scopo aveva ingaggiato dalla vicina Boavista il “Grope Vulcao d. Fogo” che si è esibito in un repertorio di musiche tradizionali, la “Morna de Boavista” e la “Coladeira”. Io non sono un esperto ma queste musiche, suonate con grande perizia e con accordi perfetti, benchè mai udite in passato, mi hanno avvinto. Mi rammentavano in parte il fado portoghese, in parte certi canti gitani che lasciano dentro una strana sensazione di nostalgia, di fatalismo, di libertà conquistata a duro prezzo. Il complesso, anche se poco conosciuto, è di tutto rispetto, sia per affiatamento che per raffinata tecnica di esecuzione. Avrei
voluto visitare le altre isole che spiccano ognuna per caratteristiche e colori
diversi, il verde, il mare, la montagna , etc. , ma, come ho detto all’inizio,
non mi è stato possibile. Ho lasciato cadere anche la possibilita di recarmi
nella vicina Boavista, mi sembrava una soluzione posticcia e costosa. Ho deciso
allora, nei giorni che restavano al termine della vacanza, di approfondire le
mie conoscenze dell’isola di Sal. Come ho già accennato, questa è in grande
espansione, crescente è la domanda di infrastrutture e carenti d’altra parte
sono le specializzazioni. Qui le attività che vanno per la maggiore sono il
taxista, il barista, l'esercente del negozietto di abbigliamento. L’informatizzazione, ad
esempio, è ad uno stadio, non dico primitivo, ma sicuramente non professionale.
Perchè, ho pensato, E così fra due chiacchere, qualche capirinha, un carpaccio di pesce che qui è freschissimo, arriva giorno 21. Sto terminando la cena in albergo, quando compare Gianfranco che mi dice: ”Se non hai impegni, potremmo fare un salto al Funana; stasera, venerdì, dovrebbe cantare Milù che è proprietaria assieme al marito, un tedesco, del locale”. Detto fatto, in meno di 10 minuti di macchina siamo al Funana, tipico locale sul mare, elegante e caratteristico. Funana, mi spiega Gianfranco che qui è di casa, è anche un genere musicale dal ritmo molto vivace. Mi presenta vari personaggi del posto mentre l’orchestra attacca con ritmi brasiliani e finalmente compare Milù. E' una bella creola di circa 40 anni che, accompagnata da giovanissime ballerine, canta e danza il funana con movenze feline. Ha una voce gradevole; particolarmente apprezzati sono i brani “funanà e sabi” e “menina bonita”, inseriti in un CD che mi affretto ad acquistare. In una pausa viene a salutare il mio amico il quale mi presenta. Mi complimento per l’esibizione e le dico che sarò molto felice di portare le sue canzoni in Italia. Tra una caipirinha e l’altra si va avanti oltre mezzannotte e, mentre Gianfranco si cimenta in una vorticosa samba collettiva, io mi dedico alla fotografia ed effettuo varie sequenze che sembrano essere molto gradite agli artisti che animano la serata. Mi incuriosisce in particolare uno strumento, ”il ferrigno”: si tratta in pratica di una barra di metallo sulla quale il suonatore scandisce il ritmo con un comune coltello da tavola! Congedatici,
ultimi avven Di Gianfranco ho perso le tracce (ma lui non ama le mezze misure!) ed allora mi incammino verso l’albergo. Sono le tre e mezzo e strada facendo, mentre cerco di fare ordine tra le mie idee, noto che non vi sono in giro animali, cani e gatti, che di giorno vedo numerosi. Boh… non voglio indagare sulla loro vita privata. Quello che mi ha sorpreso in questo posto degli animali è la loro docilità. Mai aggressivi... sempre pronti a farti festa; anche quando abbaiano o miagolano, sembra quasi vogliano dirti: guarda che ci sono anch’io. Da qualcuno avranno pure imparato, ho pensato! Il giorno dopo, il 22, è dedicato alle… valige, alla partenza fissata per le ore 24. Non ho visto Gianfranco e sono un pò preoccupato, dati gli “stravizi” della sera precedente e la sua non più verde età. Chiedo a Josè che, col sorriso di chi la sa lunga, mi risponde che il giorno prima Gianfranco ha fatto tardi ed adesso starà sicuramente riposando. Finalmente compare ad ora di cena come nulla fosse, fresco come un fiore; da perfetto gentiluomo nulla mi chiede e nulla mi racconta di quello che si è fatto la sera prima. Mi saluta affettuosamente, ci terrebbe solo a ricevere qualcuna delle foto che ho scattato la notte precedente al Funana e magari una cassetta di Fabrizio de Andrè, uno dei suoi cantanti preferiti assieme a Juliette Greco, e a Milù naturalmente; adesso andrà a dormire, sono appena le h. 19, 30; “non amo le mezze misure” mi ripete per l’ultima volta “o tutto bianco o tutto nero, mai grigio !”. All’aeroporto
rivedo anita, la nostra guida, che accompagna un gruppo di turisti all’imbarco.
E' particolarmente allegra ed allora le chiedo “è perchè hai fatto pace col tuo
ragazzo o perché hai trovato un nuovo amore?” Mi guarda e maliziosamente mi
risponde: ”indovina”. Prima di salire sull’aereo spendo gli ultimi escudos che
mi rimangono (altrove sono inconvertibili) e trovo ancora il tempo di fare un
breve bilancio della mia vacanza. Non è andata come avevo programmato, ma forse
è stato meglio così. Ho avuto modo in quindici giorni di comprendere meglio
dove, con chi mi trovavo, immedesimandomi nei posti e nelle persone che avevo
incontrato; quando ritornerò a Capoverde mi sentirò, un pò di più, uno di loro.
Sono ritornato nel
febbraio
2005 a CapoVerde,a
Mindelo, nell'isola di Sao
Vicente, ed ho deciso di fermarmi per sempre su quelle isole! 31.3.2005
Rieccomi di
ritorno da un posto, Mindelo, che già rimpiango. Nulla a che vedere
con la turistica Sal dove mi sono fermato qualche ora e dove, anche parlando con
gente del Diversa è la situazione a Mindelo nell’isola di Sao Vicente, dove, vuoi per la distanza da Sal e le difficoltà nei trasporti, vuoi perché la locale spiaggia cittadina non è di grandi dimensioni, vuoi perché lì, in quanto capitale culturale dell’arcipelago, è radicata una maggiore coscienza civile, le cose vanno diversamente e si respira un’aria di serenità e semplicità che per noi, abituati ai ritmi frenetici delle nostre città, non può che essere salutare! Ho avuto modo di stringere rapporti di amicizia con persone del posto che mi hanno quasi imbarazzato con la loro gentilezza, disponibilità. Ho alloggiato presso un locale residence (residence Jenny -Sistemazione economica in bred&breakfast) che consiglio senzaltro a quanti vogliano recarsi sul posto, gestito da un francese con personale capoverdiano; buon servizio e altrettanta cordialità
(il diario del 2008 lo trovi QUI ) |
CAPOVERDE NON PAGA Storia di un dissesto annunciato (e ignorato) dicembre 2004
Desidero ringraziare i MEDIA INDIPENDENTI di tutto il mondo che stanno permettendo la diffusione e la conoscenza delle notizie riguardo alla situazione di degrado urbanistico, e (ovviamente) sociale, riscontrata a Sal di Capoverde, da me illustrata in vari interventi e sino adesso sistematicamente ignorata dagli “ORGANI cosiddetti UFFICIALI” di informazione, dai politici e negletta persino (inspiegabilmente?) dai ruspanti ecologisti nostrani. Si aspetta, anche se obbiettivamente può risultare più comodo, lo sfascio per cavalcare la tigre? Avrei preferito scrivere per ringraziare questi signori (sia chiaro, non faccio di tutta l’erba un fascio) di un parere, un giudizio, una riga, due parole del tipo "no grazie, dici solo fandonie..." E invece, silenzio. Avevo ritenuto che la prevenzione di un possibile dissesto ambientale - vero o presunto che fosse, anche se talmente distante- avrebbe potuto/dovuto stimolare la curiosità dei nostri solerti censori pronti magari a verificare se nel nostro Paese il bidone dell’immondizia sia sistemato a distanza regolamentare (non dico che questo non si debba fare... ma fare solo questo!) E' vero che tutto avviene in un altro continente, per giunta nel terzo mondo, dove una "semplice" speculazione urbanistica non è poi una iattura sì eclatante come la fame, le epidemie, la siccità, le guerre e calamità di ogni genere! E' vero ancora che un politico di casa nostra (ma la riflessione, a maggior ragione, vale per ciascuno di noi) cosa può fare? di quali mezzi dispone per incidere su un problema così fisicamente ed emotivamente remoto. Mi rendo conto che gli assillii della nostra comunità, piccoli o grandi che siano, ma così epidermici, oscurano l'orizzonte! E’ vero, inoltre, che assumere una posizione contro la speculazione edilizia di Capo Verde, potrebbe adontare le tante imprese italiane che stanno alacramente facendo man bassa del territorio, o coloro che hanno già progettato l’apertura di supermarket, boutique, casinò e quant’altro e resterebbero frustrati dall’insuccesso, o magari qualche anziano miliardario che col sudore della fronte (degli altri) sta erigendo la (propria) “villettina” sul mare per trascorrere al sole dell’arcipelago il meritato riposo. Tuttavia, qualche volta, un pizzico di idealismo servirebbe forse a dischiudere prospettive meno pragmatiche e dare un pò di fiducia, speranza, a chi postula. Come si dice, in gergo popolare, "non si vive di solo pane!" E d’altronde, contrariamente al sentire comune, ho sempre voluto considerare i politici come "normali" portatori di interessi, passioni, pregi e difetti, alla stregua di ogni altro essere, e non in una dimensione asettica, neutra, macchiavellica. Sì, mi sorprende il mutismo di quanti, politici e non, sono sempre così presenti e solerti a testimoniare, con le lacrime agli occhi e l’immancabile “l’avevo detto”, l’affranto della collettività difronte alle “impreviste” catastrofi, e a proporre palliativi “pubblicitari” per salvare l’insalvabile. Prevengo la possibile obiezione: ma se le autorità del posto permettono tutto questo, perché dovremmo impedirlo noi? Rispondo che non dobbiamo costringere alcuno a conformarsi ai nostri auspici, ma almeno segnalare che stai per mettere il piede in fallo, mi sembra ragionevole e “vantaggioso” anche per noi, quali abitanti del pianeta. Dire, forti della nostra esperienza (negativa) di abusivismi, ad un governo giovane, che cementificare i litorali deturpando il paesaggio naturale, non è un buon investimento, né risulta redditizio specie quando questa impresa provoca all’interno una frattura incolmabile tra il benessere degli stranieri e l’ indigenza degli abitanti, mi sembra il minimo che si possa proporre. Non a caso, proprio nell'isola di Sal, dove avvengono i fatti in questione, la formazione di governo ha appena registrato una clamorosa battuta d'arresto che dovrebbe indurre a meditare non solo i politici del posto, ma quanti si rifiutano di guardare fuori dal proprio orticello! (2004)
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