Ringraziamo il Ponto de Encontro www.ponto.altervista.org per l'attenzione dedicata alla nostra iniziativa.
Ma Capo Verde, a parte la pesca, dispone di un tesoro inestimabile: il clima (è sempre primavera-estate), il mare, le spiagge. Agli inizi degli anni novanta, quando esplode il fenomeno del turismo di massa, vuoi perché altrove i prezzi cominciano a lievitare (vedi, ad esempio, Maldive o Thailandia), vuoi per l’innata propensione a cercare nuove mete, si scopre questo paradiso sperduto nell’Atlantico. L’occasione è ghiotta per i business-men (in maggioranza italiani, che del resto non fanno altro che il loro mestiere) e non se la lasciano sfuggire. Ruspe e badili in mano, si buttano alla conquista del terzo mondo. Per il momento devono fermarsi a Sal dove c’è l’unico aeroporto internazionale e qui, approfittando del fatto che non esistono particolari norme a tutela dell’ambiente, si inizia a cementificare, in modo sproporzionato, in prossimità della spiaggia o addirittura sul litorale. Ai costruttori occorre mano d’opera a basso costo e, se non la trovano a Sal, la reclutano dalle altre isole o la importano dal paese di provenienza. Insomma per gli abitanti non c’è contropartita, né in termini di tecnologia, né di apprendimento, solo manovalanza. La risposta degli isolani è controversa: alcuni cercano di adeguarsi ai ritmi degli europei nel tentativo di sfruttare come possono la ricchezza e i sistemi dei nuovi arrivati, emulandone i metodi di guadagno (parlo sempre di Sal). Però,senza specializzazioni non possono che svolgere attività strumentali di terzo o quarto rango, il taxista, il barista, l’esercente del negozietto, l’ambulante, per parlare solo delle occupazioni lecite. I prezzi sono incontrollati! (solo per citare una testimonianza, siamo stati dissuasi dal nostro tour operator dal fare spese sull’isola e consigliati, in caso di emergenza, di rifornirci presso un emporio cinese, considearato il più affidabile). Le attività più importanti, i ristoranti di nome, i grandi alberghi, le discoteche, i villaggi turistici, sono quasi tutte in mano agli stranieri che praticamente stanno divenendo, o sono già di fatto, i “domini” incontrastati dell’isola. Un’altra parte della popolazione rifiuta orgogliosamente di sottostare alle nuove regole, rinunciando a lavorare per i nuovi padroni, ed è soprattutto da questa parte, dalla sua giustificata indignazione, che il governo deve temere il sorgere di una reazione. Cigola quindi l’impianto socio economico capoverdiano,già di per sé non florido, basato sull’artigianato,la pesca e le attività tradizionali. Sorprese dall’incalzare degli eventi ( riporto di seguito un’informazione assunta sul sito http://it.travel.yahoo.com/t/wc/130/0170403.html “Il governo per la prima volta negli ultimi vent'anni ha chiesto aiuto, nel giugno 2002, all'agenzia delle Nazioni Unite per l'alimentazione mondiale (World Food Programme) denunciando la drammatica scarsità dell'ultimo raccolto che ha costretto diverse famiglie a nutrirsi delle proprie riserve di semi, cosicché non hanno più nulla da piantare per il prossimo raccolto. Il 28 gennaio 2003 il WFP ha lanciato un appello per la raccolta di 28 milioni di dollari necessari a salvare le vite di 420.000 persone in Mauritania e altre 160.000 a Capo Verde, in Gambia, Mali e Senegal.”) in carenza di risorse tecnologiche e professionali adeguate, abbagliate dal miraggio di prosperità che le nuove imprese prospettano, le autorità del luogo, non dico che svendono, ma permettono, a mio avviso con poca oculatezza, di manomettere il territorio. Io non sono un economista,nè un urbanista, ma ritengo che sarebbero stati prima necessari, e adesso sono divenuti improrogabili, uno studio del fenomeno e una riprogrammazione socio economico ambientale che, senza rinnegare il turismo il quale rappresenta indubbiamente una fonte di ricchezza, tuteli, adeguandosi alla nuova realtà, gli equilibri interni. Essenziale mi sembra poi uno sforzo per realizzare in loco istituti di istruzione medio-elevata, idonei a creare specializzazioni e professionalità e che non impongano agli abitanti dell’arcipelago di recarsi, sia pure con sussidi statali, all’estero, per acquisire la competenza necessaria per immettersi sul mercato con competitività. Infine, ma non secondariamente, devono, a mio parere, essere immediatamente adottate norme di salvaguardia per circoscrivere la situazione critica che si sta verificando a Sal. Bisogna a tal fine impedire, almeno provvisoriamente, la realizzazione degli aeroporti internazionali sulle altre isole onde prevenire condizioni irreversibili di dissesto ambientale e instabilità sociale. Occorre soprattutto evitare che qualcuno possa sconsigliarci, a ragion veduta, di fare acquisti in una qualsiasi bottega capoverdiana per non essere imbrogliati! E questa, che piaccia o meno, è, al di là del mio modesto giudizio, l’opinione dei turisti che presuppone stati di disagio e precarietà, OPINIONE SU CUI E' IL CASO DI MEDITARE PROFONDAMENTE !!
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E' di poco tempo fa la notizia secondo la quale le elezioni amministrative svoltesi a Sal il 21.3.2004, hanno decretato l'affermazione della opposizione: il partito di centro-sinistra, il PAICV, è stato infatti battuto dal Movimento democratico di centro-destra. Ma si tratta poi di una sorpresa?! O piuttosto di una logica e prevedibile reazione degli abitanti dell'isola a fronte di scelte per loro penalizzanti? Una sconfitta salutare che dovrà costringere l'attuale governo a riflettere ! (a.d.c.)
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una preziosa testimonianza-clic
Cafebabel - Tana de Zulueta ho letto con interesse su
Cafebabel l'articolo "Europa ed Africa: la politica che non c'è" e desidero portare come
contributo la mia breve esperienza a Capo Verde, dove la situazione di
sfruttamento socio-ambientale per mano degli europei (italiani, soprattutto)
riscontrata nell'isola di Sal, l'unica, nell'arcipelago, dotata di areoporto
internazionale, mi ha indotto a segnalare la circostanza a tutti gli organismi
nazionali e internazionali (comprese le autorità capoverdiane) competenti ad
assumere qualche iniziativa in proposito. Purtroppo NESSUNO, tra i politici(a parte Tana de Zulueta), tra gli ambientalisti, tra i media, NESSUNO dico, ha ritenuto, non dico di intervenire, ma quantomeno verificare se quanto sostenevo e sostengo abbia un fondo di attendibilità (nulla di catastrofico al momento, ma, credo, non bisogna aspettare che l'ammalato muoia per intervenire) Tutto è documentato sul sito http://caboverde.altervista.org
Mi ha colpito, dell'articolo "Europa ed Africa: la politica che non c’è", l'affermazione: "le migliori intenzioni di collaborazione con l’Africa vengono puntualmente tradite dal giro di interessi europeo. La diplomazia UE e quella USA nel WTO han ridotto sempre più le possibilità di sviluppo dei paesi più poveri." In uno dei miei tanti interventi avevo sostenuto esattamente la stessa cosa e precisamente:"E’ vero, inoltre, che assumere una posizione, contro la speculazione edilizia di Capo Verde, potrebbe adontare le tante imprese italiane che stanno alacramente facendo man bassa del territorio, o coloro che hanno già progettato l’apertura di supermarket, boutique, casinò e quant’altro e resterebbero frustrati dall’insuccesso, o magari qualche anziano miliardario che col sudore della fronte (degli altri) sta erigendo la (propria) “villettina” sul mare per trascorrere al sole dell’arcipelago il meritato riposo". Concordo pienamente quindi sul fatto che l'inerzia dipende dal giro di interessi europeo. Ma allora dobbiamo per forza di cose rassegnarci? Un giovane, tempo fa mi ha detto con fatalismo che "purtroppo non c'è niente da fare!". Io dico che purtroppo è grave che la rassegnazione arrivi proprio da un giovane! Bisogna proprio arrendersi? Chiudo con una affermazione di François-Xavier Verschave il quale dirige l'associazione “Survie”che si impegna per la democrazia ed il rispetto dei diritti umani in Africa: Cooperando con l’Unione degli Stati Africani e grazie alle risorse della propria politica estera e di sicurezza, l’UE potrebbe esercitare un ruolo vitale per la promozione della pace e dello sviluppo in Africa. Il puntuale perseguimento di interessi delle lobby europee invece vanifica i suoi progetti. Si preferisce delegare le questioni africane alla vecchie potenze coloniali, che, come da tradizione, guardano solo ai propri interessi invece di promuovere lo sviluppo e la democratizzazione dell’Africa. Ripeto, non resta altro da fare che fingere che il problema non esiste? Andrea Ingianni 2.8.04 |
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